La verità, vi prego, sulla comunicazione: a proposito di WebOnesto.

Abbiamo un problema enorme su internet in Italia ed è la comunicazione.
Ovviamente non è legato alla Rete in quanto tale, è un problema culturale di più ampio respiro che osserviamo in un certo tipo di comunicazione politica, in un certo tipo di televisione ma che si rende molto visibile nelle modalità in cui gli individui scelgono di interagire tra di loro negli spazi del web sociale.

In questo scenario ci sono gli adolescenti che attraverso la rete si raccontano e fanno esperienze, che seguono ragazzi come loro nei diversi spazi online e ai quali si affezionano non come fossero amici alla pari ma trattandoli come i propri idoli (ndA: “idolo”, per chi non lo sapesse è proprio il termine che usano). Perché si riconoscono nelle loro storie, perché trovano quel tipo di intrattenimento efficace per via delle estetiche e delle grammatiche che loro in prima persona sperimentano online con il gruppo di pari. Si crea inoltre una bizzarra dinamica di distanza e vicinanza: seguire delle micro-celebrity, che ad ogni nuovo traguardo di visualizzazioni e follower ringraziano i ragazzi dall’altra parte dello schermo, significa sentirsi parte di un mondo, essere co-responsabili di gioia e successi di qualcuno, aver contribuito al suo percorso di crescita. Una favola bella in cui vediamo qualcuno che ci è simpatico realizzare progressivamente il proprio sogno e della quale sappiamo di avere anche noi reso possibile ogni traguardo. La vicinanza che si prova, tuttavia, ha come altra faccia la distanza perché non siamo amici di quel qualcuno: siamo il suo pubblico, i suoi fan, i suoi follower. Ci troviamo a shippare (ndA: tifare) delle relazioni tra micro-celebrity, aspettiamo gli aggiornamenti dei loro canali in fibrillazione e li omaggiamo con fan art e tweet carichi di affetto. Perché alla base, di qualsiasi tipo di fandom, c’è una relazione emotiva.

Ci ricorderemo tutti delle fan svenute ai concerti delle boyband negli anni ’90, delle crisi “isteriche” per i Beatles e centinaia di altri esempi che sottolineano il fortissimo coinvolgimento sentimentale che il pubblico ha nei confronti dei propri “idoli” del cuore. Alcune passioni passano, alcune passioni restano ma nel momento in cui esistono rappresentano un elemento importante della vita quotidiana. Il punto fondamentale da tenere a mente è che non sono semplicemente persone da seguire via internet, sono persone che diventano rilevanti nelle proprie giornate. Questo, oltre che in Rete, lo vedo tutte le volte che mi capita di andare nelle scuole medie e nominare qualche YouTuber: i volti dei ragazzi si illuminano, iniziano a raccontare delle cose, si sentono molto più coinvolti perché quelle sono le faccende che davvero sentono vicine e sulle quali si confrontano.

I ragazzi che creano contenuti dal canto loro (alle volte) sono davvero particolarmente bravi, dotati, capaci di intrattenere. Per questo motivo vengono selezionati da agenzie e quella che prima era una passione diventa un mestiere. Iniziano a fare collaborazioni con dei brand, partecipare e organizzare eventi durante i quali incontrano file interminabili di ragazzi che ambiscono a fare un selfie con loro. In alcuni casi la parabola del successo si materializza in prodotti fisici, ovvero merchandise di vario tipo fino all’editoria (che vive una “seconda giovinezza” grazie ad esempio ai libri degli YouTuber). Tuttavia fare comunicazione è una faccenda delicata. Non tutti possono e devono occuparsene, perché è necessaria una sensibilità che guidi lo sguardo sul mondo di riferimento e l’azione nei confronti dei pubblici. E non tutti la hanno. E non si può nemmeno insegnare. Possiamo avere gli strumenti tecnici e molto spirito di iniziativa, possiamo avere una grande passione ma agire in questo campo non è scontato né facile. E anche ai migliori, lo sappiamo, capita di sbagliare.

Quello che è successo il 31 Marzo ha mostrato chiaramente come il fatto di avere un seguito e decidere di lavorare nel mondo della comunicazione non significhi esserne in grado.

In breve è successo questo:
Siamo dentro Twitter. Una ragazza accusa una micro-celebrity di non essere la vera autrice del suo libro, proclamandosi ghostwriter e proponendo l’hashtag #webonesto. La micro-celebrity rilancia queste accuse tramite retweet. I ragazzi del pubblico, i suoi affezionati, si attivano subito per difenderla partecipando al litigio. La litigata fatta di accuse e insulti sessisti (da una delle protagoniste) viene condita da offese e minacce (dal pubblico).

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Altre micro-celebrity si attivano e partecipano alla conversazione attorno all’hashtag di riferimento, dove per “partecipazione” si intende che a loro volta si accusano e/o offendono. La questione rimbalza da tweet in retweet per 24 ore toccando “alti livelli di trash” come lo stesso pubblico segnala nei commenti alla questione. Dopo aver scosso e mobilitato i fan per una giornata esce fuori un video in cui i ragazzi che prendevano parte alle diatribe accusandosi, ovvero i creatori di contenuti più amati, dicono che era tutto uno scherzo e che serviva a sensibilizzare circa la questione dell’odio in rete.

Il video, davvero povero dal punto di vista dei contenuti, può bastare per giustificare l’aver inquinato la rete per una giornata? Dare il cattivo esempio per far riflettere circa le buone pratiche è un’operazione che ha senso? Mobilitare i fan per farli interagire e litigare così che si parli di #webonesto è un’operazione corretta sapendo che questi fan sono dei ragazzi adolescenti che provano dei sentimenti nei confronti dei protagonisti? Risolvere il tutto spiegando che “pesce d’aprile, ridiamoci sù” è una soluzione sensata?

Questa operazione è chiaramente un enorme errore, come molti su Twitter hanno già sottolineato.

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Abbiamo un problema enorme su internet in Italia ed è la comunicazione.
E non si tratta esclusivamente del fenomeno del bullismo circoscritto agli adolescenti, non si tratta esclusivamente dell’informazione sempre più intossicata dalle dinamiche del click baiting, non si tratta di fake news e hate speech. Questi sono dei fenomeni, delle cristallizzazioni particolari di un ben più grande disagio: quello del trattare il mestiere della comunicazione come un mestiere accessibile e semplice il cui unico scopo è generare nuova comunicazione. La disattenzione circa i contenuti e circa i pubblici, “l’importante è che se ne parli” come metro di giudizio per capire se delle scelte comunicative siano corrette o meno, il trattare la comunicazione come rigurgito da riversare addosso agli altri.

Mi auguro che tra i ragazzi che sono stati inconsapevoli attori di questa trovata pubblicitaria ci sia qualcuno che sviluppi delle competenze per distinguere la buona pratica comunicativa. Che un giorno decida di occuparsi professionalmente di comunicazione e che da questa storia impari che bisogna rispondere a un’etica prima di lanciare nella rete dei contenuti, perché la rete è fatta di persone e biografie. Non di views-cow da mungere proponendo stimoli poco edificanti.

3 risposte a "La verità, vi prego, sulla comunicazione: a proposito di WebOnesto."

  1. Twitter è quel mondo dove tutti sparano su tutti, così random e chi non fa parte della cricca, delle liste, dei meccanismi che gravitano nel nido dell’uccellino azzurro, non riesce a capire e si accoda a casaccio, spesso generando altra ‘merda’ da ripulire. Oltre che a conoscere il mezzo, sarebbe cosa buona e giusta uscire dalla soap opera che è diventata. Per quelle c’è già canale5.

    Valentina

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  2. Ciao, un bellissimo articolo, complimenti! Non conoscevo questa faccenda, ma qui a mio avviso si tratta di manipolazione. Una cosa terribile. Mi hai ispirato un post, ti citerò. Grazie a presto, ti seguo 😉

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    1. Grazie per i complimenti 🙂 “Manipolazione” magari è un termine un po’ forte, sicuramente è stata una strumentalizzazione della fanbase.

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