Essere nel giusto ed essere giusti: comunicare (online) è difficile.

Stare on line è complesso. È un mondo che sa essere denso e inaspettatamente rarefarsi, facendoci percepire gli altri oltre lo schermo come incredibilmente vicini o gente sconosciuta con cui si è in contatto attraverso una tecnologia. Il fatto che ciascuno di questi contatti abbia un nome e una storia alle volte ci sembra centrale nel nostro scambio comunicativo, e empatizziamo, altre volte ci sfugge totalmente.

  1. Noi e la celebrità

Succede che ci si arroga il diritto di chiedere a qualcuno che seguiamo online dettagli circa quel che non ci viene raccontato, che si tratti di lavoro o di relazioni, entrando a gamba tesa nel privato degli altri come se fosse nostro e ce ne avessero “privato”. Ho visto diverse volte il racconto delle parti lese che, a diversi livelli infastidite, spiegavano al proprio pubblico come mai certe domande non fossero ammissibili. In quel caso si trattava di micro-influencer, il cui racconto quotidiano passa spesso dagli schermi di migliaia di persone che vengono accompagnate durante la giornata dalle vite degli altri. E se questi altri non ci fossero non ci sarebbero nemmeno i micro-influencer. Questo tipo di inconveniente, secondo la letteratura scientifica dedicata, si verifica a causa della prossimità percepita. Ci sembra di conoscere la persona che seguiamo con interesse e questo fa sì che ci si permetta di chiederle spiegazioni, come si farebbe con un amico. O peggio, pensiamo che questa persona intrattenente ce lo debba in quanto suoi seguaci, e come a un sacerdote chiediamo a gran voce che ci venga rivelato un arcano.

All’opposto ci può capitare di sentirci lontani, come può accadere con un personaggio di spicco, una celebrità per così dire “canonica”, che gestisce i suoi social media secondo un modello differente dove è spesso chiaro che si tratti di un “dietro le quinte” e non un racconto (quasi pedissequo) del quotidiano. In questo caso la distanza è come se ci schermasse e ci permettesse, coperti anche dalla massa di altri utenti che commentano, di lasciare frasi spiacevoli o insulti. Convinti in quel momento di essere “uno dei tanti a commentare” ci troviamo a scrivere bestialità che non diremmo mai.

2. Noi e gli altri

Esistono poi utenti che incontriamo in rete di cui non possiamo soppesare il valore in base al numero di follower. Sono come noi, e per alcuni siamo noi. Qui succede una cosa interessante: quando vediamo la rete come un insieme di utenti e non un insieme di persone ci dimentichiamo progressivamente di norme basilari che regolano la società civile. Da luogo di conversazione e scambio, ricco di possibilità per far emergere la voce di chi non aveva mai avuto prima d’ora l’occasione o i mezzi per farsi sentire, piombiamo in quella pubblica area dove l’arte retorica si abbandona per abbracciare il facile sfottò e l’insulto.

“Ma con i mentecatti cosa vuoi ragionare?!”

Ecco, sono quasi convinta che questa sia una scusa per non far fatica (perché avere un dialogo è complesso, e su questo siamo tutti d’accordo mi auguro). Perché è più semplice far di tutto per dominare verbalmente che impegnarsi a costruire un ponte. Dove per ponte non intendo fondere i punti di vista, bensì una modalità attraverso cui sia possibile avere una conversazione. Certo, alcuni temi sono particolarmente divisivi e ci si infervora, ma mi chiedo come mai degli adulti che da decenni hanno imparato che la tattica di insultare la mamma non porti lontano, riescono a dare il peggio di sé una volta provocati.

Questo peggio lo vediamo quando per partito preso decidiamo che l’altro non capisce, e non capirà, e comunichiamo con lui non tanto per spiegarci quanto per trovare il modo più accattivante per metterlo al tappeto. E non c’è bisogno di mettere in mezzo insulti e minacce, perché questo modo di stare online si esplicita anche attraverso pratiche più “smart” come ad esempio quella del “blastare”. In sostanza: l’altro è un povero scemo senza speranza che sfrutterò per dare una risposta che possa intrattenere la mia rete.

Non si tratta di sola arroganza, è una questione di miopia. Vediamo molto bene la nostra rete, e meno chiaramente gli altri. La nostra rete siamo “noi”, e gli altri sono degli utenti.

E in questa dialettica noi/loro affonda le sue radici la pratica molto comune dello shaming. Twitter, che offre la possibilità di fare dei RT, agevola senza dubbio la visibilità di questa cattiva abitudine che consiste nel dare in pasto al “noi” i commenti di quelli che sono “loro”, sollecitando una comunicazione che è a tutti gli effetti uno scontro, spesso di basso livello.

3. La celebrità e noi

La tentazione di agire male è sempre in agguato. Per questo, alle volte, anche persone di cultura, dalla parte di alti e solidi principi che grazie alla Rete raggiungono le folle, vengono tentate e cadono nel tranello dello shaming. Per esempio: come se un Professore con molti seguaci iniziasse a fare shaming ai danni di un altro utente che lo dileggia e in poche battute finisse, spalleggiandosi con i suoi, a dire che il tizio debba tagliarsi i capelli.

Essere nel giusto spesso non equivale all’essere giusti, e come dicevamo stare online è complesso. Detto questo bisogna educarsi al non cedere alle facili scorciatoie, agli inganni di una rete densa e allo stesso tempo rarefatta e quando si è su un podio cercare di non farsi abbacinare dalla comodità del far parte di una folta schiera, abbracciando una tanto diffusa quanto pessima pratica. Perché se lo fanno quelli con il megafono, allora sarà normale farlo anche per le ultime file. E se hai il megafono ci sono cose che possono essere dannose da fare. Urlare, ad esempio.

E se le modalità con cui sia proficuo comunicare la scienza non è ben chiaro quali possano essere, spero diventi sempre più chiaro quali siano quelle corrette per vivere online senza inquinare.

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